Adesso che il tempo — Patrizia Cavalli

«Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare…»

“Adesso che il tempo” di Patrizia Cavalli sembra partire proprio da una delle forme più profonde dell’assenza: accorgersi che qualcuno non occupava soltanto uno spazio nella nostra vita, ma dava forma anche al nostro tempo.

È davvero necessario che l’altro se ne vada per comprendere appieno il peso della sua presenza?

La solitudine ci restituisce innanzitutto qualcosa che, almeno all’inizio, forse non avevamo chiesto: la nostra stessa attenzione. Quando siamo dentro una relazione, una parte del nostro sguardo è naturalmente rivolta all’altro e a quello spazio condiviso che nasce dall’incontro: al prendersi cura, al condividere, al dare e al ricevere. Quando quella presenza viene meno, l’attenzione che prima abitava la relazione deve trovare una nuova direzione. Torna allora verso di noi e verso ciò che ci circonda: una nuvola, un gatto, il corpo, la voce, i dettagli minimi del quotidiano. Non necessariamente scopriamo qualcosa che prima non vedevamo: impariamo, piuttosto, a guardare da soli ciò che prima guardavamo anche attraverso un noi.

Eppure quella ritrovata libertà porta con sé una consapevolezza più difficile: le cose restano, ma il loro significato cambia. Perché condividere un’esperienza non significa soltanto viverla insieme, ma lasciare che due sguardi distinti, uniti da un sentimento comune, si posino sulla stessa realtà e contribuiscano a darle un significato che prima non aveva.

È qui che l’assenza smette di riguardare soltanto chi non c’è più e comincia a interrogare chi rimane.

Che forma assume l’identità che, per un tratto della nostra vita, abbiamo costruito anche nell’incontro con un’altra persona? Ci appartiene ancora quando quel legame finisce? Oppure la separazione ce la restituisce diversa, trasformata da ciò che abbiamo vissuto?

Forse perdere qualcuno non significa semplicemente tornare a essere ciò che eravamo prima di incontrarlo. Non si torna indietro. L’altro ha attraversato la nostra storia e, nel farlo, ha modificato anche qualcosa di noi. La separazione ci costringe allora a distinguere ciò che apparteneva alla relazione da ciò che, attraverso quella relazione, è diventato parte della nostra identità.

Tra la libertà e la prigione, tra l’appartenenza e la perdita di sé, esiste un territorio molto più vasto degli opposti con cui proviamo a definirlo.

Forse separarsi significa anche imparare ad abitarlo: lasciare andare ciò che non ci appartiene più e riconoscere, invece, ciò che dell’incontro continua a vivere in noi.