Benvenuta, donna mia, benvenuta! — Nâzım Hikmet

«hai posato il piede nella mia cella
e il cemento è divenuto prato

hai riso
e rose hanno fiorito le sbarre»

Ci sono presenze capaci di trasformare il modo in cui abitiamo il mondo, senza che il mondo, necessariamente, cambi.

Nei versi di Nâzım Hikmet, la trasformazione prende forma attraverso un contrasto sorprendente: la durezza del cemento che diventa prato, la rigidità delle sbarre che si sgretola dinanzi alla delicatezza di una rosa. Ciò che appare immutabile cambia consistenza, colore, natura. La monotonia del grigio lascia spazio al verde della speranza. L’accenno di un sorriso fa fiorire la natura imprigionata.

Ma è davvero necessario che la realtà cambi perché possiamo cominciare a viverla diversamente?

L’amore possiede una capacità particolare: quella di ravvivare ciò che ci circonda. Non perché produca necessariamente una bellezza nuova, ma perché può offrirci una diversa possibilità di accesso a quella già esistente.

Amare, allora, può significare anche imparare a riconoscere ciò che era già davanti ai nostri occhi.

Nella trasformazione raccontata da Hikmet, non c’è soltanto leggerezza. C’è anche un cambiamento radicale: ciò che sembrava destinato a rimanere identico a se stesso assume una forma diversa. Il cemento diventa prato, le sbarre si fanno terriccio per le rose. La fissità lascia spazio al movimento, la rigidità alla possibilità di evolvere.

In questa metamorfosi si percepisce una tensione che appartiene anche all’amore: radicamento e ribaltamento. Da una parte la possibilità di trovare una propria dimensione, una continuità nella quale riconoscersi; dall’altra l’esperienza di un cambiamento che ci attraversa, modifica le nostre prospettive e ci invita a evolvere.

L’amore non è una forma immobile. Cambia nel tempo, assume configurazioni differenti e, nel suo mutare, ci mette continuamente in relazione con ciò che siamo e con ciò che possiamo diventare.

L’esperienza dell’amare coinvolge ogni dimensione della nostra persona, dal corpo al pensiero, fino a raggiungere un’intensità quasi spirituale. Ma si arricchisce anche attraverso l’incontro con l’altro e il suo modo di abitare il mondo.

Due esistenze si intrecciano, aprendo prospettive nuove. Non perché l’altro debba completarci o rivelarci una versione autentica di noi stessi, ma perché il suo sguardo può aiutarci a esplorare dimensioni della nostra identità ancora sconosciute.

La forza trasformativa dell’amore non consiste necessariamente nel prometterci un mondo diverso, ma nel permetterci di incontrare diversamente quello che esiste e, attraverso quell’incontro, scoprire nuove possibilità di diventare.

Rivelazione — Giorgio Caproni

«Ho scorto
uno per uno negli occhi
i miei assassini.»

Ci sono consapevolezze che arrivano come una liberazione. E altre che, prima di liberarci, fanno male.

Nei versi di Caproni il gesto decisivo è forse proprio quel voltarsi indietro. C’è qualcuno da affrontare, un colpevole da riconoscere, un volto a cui attribuire ciò che è accaduto. Eppure, quando lo sguardo finalmente incontra quello dei propri «assassini», la scoperta è spiazzante: hanno tutti il suo volto.

È una presa di coscienza dolorosa, perché costringe a riportare verso di sé uno sguardo che sarebbe molto più semplice rivolgere altrove.

Di fronte a ciò che ci ferisce, infatti, cerchiamo spesso le cause fuori da noi. E molte volte è proprio lì che si trovano: esistono responsabilità che appartengono agli altri, circostanze che non abbiamo scelto, ferite che abbiamo ricevuto senza averle provocate. Guardarsi dentro non significa negare tutto questo, né assumersi colpe che non ci appartengono.

Significa riconoscere che ogni incontro passa anche attraverso il filtro di ciò che siamo.

Le nostre paure, i bisogni, le fragilità, le ferite che portiamo con noi entrano nelle relazioni, nelle parole che pronunciamo e in quelle che tratteniamo, nel modo in cui interpretiamo un gesto, ci avviciniamo a qualcuno o ce ne allontaniamo. Consapevolmente oppure no, una parte della nostra storia entra continuamente nelle storie che co-creiamo con gli altri.

Ed è forse qui che quei versi diventano più difficili da sostenere. Perché riconoscere il proprio volto in ciò contro cui abbiamo combattuto può far emergere un pensiero difficile da sostenere: allora il problema sono io.

Ma una simile conclusione apuò trasformare la consapevolezza in condanna.

Conoscersi non significa emettere una sentenza su se stessi. Significa riuscire a vedere anche ciò che di noi preferiremmo non incontrare: i limiti e le contraddizioni, le paure e le difese, le parti capaci di costruire e quelle che, qualche volta, finiscono per distruggere ciò che desideriamo proteggere.

Possiamo vivere questa scoperta come un inferno dal quale non esiste uscita, identificandoci con le nostre ombre: sono fatto così, sono io il problema, rovinerò sempre ciò che incontro. Oppure possiamo considerarla il punto da cui cominciare.

Perché ciò che riusciamo a riconoscere può diventare anche ciò su cui possiamo lavorare.

Accettare le proprie contraddizioni non significa giustificarle. Significa smettere di dividere rigidamente noi stessi tra una parte da salvare e una da condannare. Significa comprendere che entrambe appartengono alla nostra identità e che proprio dalla possibilità di conoscerle può nascere uno spazio di trasformazione: imparare modi diversi di stare nelle relazioni, riconoscere i propri bisogni prima che diventino richieste rivolte all’altro, ascoltare le proprie ferite senza lasciare che siano loro a scegliere al posto nostro.

La consapevolezza, allora, conserva entrambe le possibilità: può essere una condanna, se ciò che scopriamo diventa la definizione immutabile di chi siamo; può essere una liberazione, se diventa il punto di partenza per ciò che possiamo ancora diventare.

Forse è questo che rende così potente quel volto incontrato alla fine dei versi. Non perché tutto ciò che ci accade dipenda da noi. Non perché gli altri non abbiano responsabilità. Ma perché, dopo aver guardato ciò che è fuori, arriva un momento in cui è necessario avere il coraggio di riportare lo sguardo anche su chi guarda.

Conoscersi non serve a trovare un nuovo colpevole. Serve a conquistare una possibilità di scelta.

After Life: continuare a vivere dopo la perdita

Ideatore: Ricky Gervais
Anno: 2019 – 2022
Stagioni: 3
Genere: commedia drammatica, dark comedy

Per chi è questa serie

Per chi ha perso qualcuno e si è chiesto come si possa continuare a vivere quando una parte della propria vita sembra essersene andata con lui.

Per chi ha conosciuto un dolore capace di restringere il mondo fino a far sembrare insignificante tutto ciò che resta.

Ma anche per chi si è domandato dove si trovi il senso quando quello che avevamo costruito non esiste più e quanto, nel ritrovarlo, dipenda ancora da noi.

After Life affronta la perdita della persona amata senza sottrarsi alla sua durezza, ma riesce a farlo alternando con sorprendente naturalezza drammaticità e comicità. Non racconta come dimenticare chi non c’è più. Racconta, piuttosto, come tornare lentamente ad accorgersi di ciò che c’è ancora.

Se questo libro fosse una parola

Una società diventa grande quando gli anziani piantano alberi, sapendo che non siederanno mai sotto la loro ombra.

— Anne, After Life

Perdere qualcuno che amiamo non significa soltanto fare i conti con la sua assenza. A volte significa perdere anche una parte di noi: quella che prendeva forma nel suo sguardo, nelle abitudini condivise, nel modo in cui la sua presenza contribuiva, giorno dopo giorno, a definire chi eravamo.

È ciò che accade a Tony. Con Lisa non perde soltanto sua moglie: perde anche una versione di sé che sembrava possibile soltanto accanto a lei. E quando quella parte viene meno, il problema non è semplicemente trovare qualcosa che riempia il vuoto. È capire se, e come, sia ancora possibile riconoscersi.

After Life non offre una risposta consolatoria. La ferita rimane. E forse è giusto che sia così: ci sono dolori che, ogni tanto, hanno bisogno di essere ascoltati, lasciati bruciare, senza che questo significhi tornare al punto di partenza. Ma accanto a ciò che non possiamo scegliere — la perdita, l’assenza, il dolore — rimane uno spazio nel quale possiamo esercitare una scelta: quanto restare aperti alla vita che continua ad accadere.

Anche il modo in cui After Life sceglie di raccontare questa ferita sembra rifletterne la complessità. Comicità e drammaticità convivono continuamente, senza che l’una cancelli l’altra. Si può ridere mentre il dolore rimane sullo sfondo e, pochi istanti dopo, ritrovarsi nuovamente dentro di esso. Non è una contraddizione: è probabilmente uno degli aspetti più autentici della serie. Perché anche nei periodi più dolorosi la vita raramente assume un solo tono. attimi di leggerezza, ironia e persino momenti di autentica gioia. Ridere non significa aver smesso di soffrire, così come soffrire non rende impossibile tornare, per qualche istante, a ridere.

Isolarsi dagli altri e persino da se stessi può rappresentare la diretta conseguenza di un dolore percepito come troppo intenso da gestire. E allora si rischia di non accorgersi dei minuscoli attimi di felicità che continuano a esistere anche quando tutto intorno a noi sembra spento: una nuova conoscenza, una conversazione inattesa, una passeggiata con il proprio cane. Attimi di vita che non cancellano ciò che manca, ma ricordano che ciò che manca non è necessariamente tutto ciò che resta.

È qui che la relazione diventa una delle chiavi più profonde della serie. Tony non ritrova se stesso liberandosi dal dolore, ma tornando progressivamente a entrare in relazione con gli altri. Ognuno dei personaggi che attraversa la sua vita contribuisce, a suo modo, a riaccendere una piccola luce. Non perché può restituirgli ciò che ha perso, ma perché gli permette di scoprire che, nonostante la perdita, esiste ancora qualcosa da ricevere e soprattutto qualcosa da offrire.

Forse quella luce, in realtà, non si era mai davvero spenta. Lisa aveva contribuito ad accenderla e, in qualche modo, continua a tenerla viva attraverso ciò che ha lasciato in Tony. È qui che After Life sembra porre una delle sue domande più interessanti: l’amore finisce davvero quando viene meno la persona amata?

La serie sembra suggerire il contrario. L’amore può sopravvivere alla presenza e assumere forme nuove. Può trasformarsi in empatia, comprensione, fiducia, accoglienza. Può passare da ciò che abbiamo ricevuto a ciò che siamo ancora capaci di donare, quasi come se ogni gesto rivolto a qualcun altro permettesse a una parte di quell’amore di continuare a circolare.

Donarsi, allora, non significa né cancellare il dolore né sostituirlo. Significa affidargli una possibilità di trasformazione. Fare di una ferita anche uno spazio attraverso cui riconoscere quella degli altri; trasformare ciò che ci è stato dato in qualcosa che, a nostra volta, possiamo lasciare in eredità.

Quando tutto sembra perduto, After Life ricorda così qualcosa di semplice e difficile insieme: la nostra presenza continua ad avere un valore. Possiamo ancora raggiungere qualcuno, alleggerire per un istante il suo dolore, farlo sentire meno solo. Anche quando non siamo in grado di vedere fino a dove arriverà ciò che abbiamo seminato.

Il senso, allora, non sembra presentarsi come qualcosa che Tony debba semplicemente ritrovare, già pronto, da qualche parte. Si ricostruisce anche attraverso ciò che sceglie di fare con quello che resta. Nei legami che accetta di coltivare, nella possibilità di essere utile a qualcuno, nei gesti apparentemente insignificanti attraverso cui torna a partecipare al mondo. La serie lascia così spazio a una responsabilità che non coincide con la colpa: non scegliamo ciò che ci accade, ma possiamo avere un ruolo nel modo in cui, lentamente, torniamo ad abitare ciò che rimane.

Forse ritrovarsi, allora, non significa tornare a essere quelli che eravamo prima della perdita. Significa scoprire chi possiamo ancora diventare portando con noi ciò che abbiamo amato.

Un seme da coltivare

Oltre gli schermi

Social media e autostima: il bisogno di essere visti

Instagram stava diventando il metro con cui misuravo la mia autostima. Il problema non era più soltanto quanto tempo trascorressi sull’app, ma il peso che lo sguardo altrui stava progressivamente assumendo nella percezione del mio valore. Come se ciò che ritenevo più interessante della mia identità coincidesse con ciò che poteva essere più facilmente esposto: racchiuso in una fotografia, affidato a una storia, condensato in un reel. Eppure ero consapevole che nessuna rappresentazione affidata ai social avrebbe potuto restituire la complessità della mia persona.

Volevo allora provare a spostare il centro: imparare a (ri)conoscermi anche in ciò che di me rimaneva fuori dal campo visivo degli altri.

Credevo che allontanarmi da Instagram avrebbe significato, prima di tutto, sentirmi più libera. Invece, prima della libertà, è arrivata la solitudine.

Pur conoscendo la natura mediata di quelle interazioni, solo allontanandomene ho compreso quanto spazio avessero finito per occupare negli interstizi delle mie giornate: lo schermo che si illuminava, una notifica inattesa, la reazione a una storia, la curiosità di scoprire chi avesse visualizzato ciò che avevo condiviso. Non colmavano la solitudine: ne sospendevano, per qualche istante, la sensazione.

Da questo paradosso è nata una riflessione più ampia: cosa cerchiamo realmente ogni volta che apriamo quello schermo, e soprattutto, cosa rimane quando decidiamo di spegnerlo?

Una misura della connessione

In Italia, i social network sono ormai parte della quotidianità dell’86,2% della popolazione. Una presenza ancora più evidente tra i giovani: nel 2025 Instagram è utilizzato dal 74,8% delle persone tra i 14 e i 29 anni (Censis, 21° Rapporto sulla comunicazione, dati 2025). Il dato acquista un significato ancora più ampio se inserito nel rapporto che intratteniamo con la rete: nel 2025 l’83,1% della popolazione dai sei anni in su ha utilizzato Internet nei tre mesi precedenti la rilevazione; tra gli 11 e i 44 anni la percentuale supera il 95% e, tra i 15 e i 24 anni, oltrepassa il 98% (Istat, Cittadini e ICT – Anno 2025). Il digitale non è più uno spazio nettamente separato dalla vita quotidiana. È uno degli ambienti attraverso cui comunichiamo, osserviamo gli altri, ci informiamo e costruiamo una parte della rappresentazione di noi stessi. La domanda, allora, non riguarda soltanto quanto tempo gli dedichiamo, ma quale posto finisca per occupare nelle nostre relazioni e, forse ancora prima, nel modo in cui impariamo a guardare noi stessi.

86,2%

della popolazione italiana utilizza i social network

Fonte: Censis, 21° Rapporto sulla comunicazione, dati 2025

74,8%

dei giovani tra i 14 e i 29 anni utilizza Instagram

Fonte: Censis, 21° Rapporto sulla comunicazione, dati 2025

Oltre 98%

dei giovani tra i 15 e i 24 anni ha utilizzato Internet nel 2025

Fonte: Istat, Cittadini e ICT – Anno 2025

Perché restiamo (s)connessi?

Trascorrere molto tempo sui social non equivale necessariamente a esserne dipendenti. Una meta-analisi di Ansari e colleghi (2024), condotta su 51 studi e 680.506 partecipanti, distingue infatti la quantità dell’uso dalla sua qualità: mentre il semplice uso eccessivo non mostrava associazioni significative con il benessere soggettivo o psicologico, l’uso problematico risultava negativamente correlato a entrambi.

Rimane una domanda: perché sentiamo così spesso l’impulso di tornare?

Una parte della risposta risiede nei meccanismi della ricompensa. I social ci espongono a feedback intermittenti e non del tutto prevedibili: non sappiamo se troveremo un messaggio, una reazione, una notifica o un contenuto capace di catturare la nostra attenzione. Wadsley, Covey e Ihssen (2022), studiando le motivazioni legate alla ricompensa nell’uso dei social, hanno rilevato che il controllo più frequente delle piattaforme era associato soprattutto alla ricerca di ricompense sociali e di contenuti piacevoli.

Anche l’architettura digitale contribuisce a sfumare il confine tra entrare e restare. Lo scroll infinito sottrae un naturale punto di arresto; autoplay, notifiche e flussi continuamente aggiornati riducono le occasioni in cui siamo chiamati a decidere consapevolmente se proseguire.

Fermarsi, talvolta, richiede una decisione là dove continuare non ne richiede quasi nessuna.

Ma non torniamo soltanto per ciò che potremmo trovare. A volte torniamo per ciò che temiamo di perdere.

È la Fear of Missing Out (FoMO): il timore che altrove stiano accadendo esperienze gratificanti dalle quali siamo esclusi. Una meta-analisi di Fioravanti e colleghi (2021), condotta su 33 campioni indipendenti e 21.473 partecipanti, ha rilevato che livelli più elevati di FoMO sono associati sia a un maggiore utilizzo dei social sia a forme problematiche di utilizzo.

Sotto il desiderio di non perdere ciò che accade può nascondersi qualcosa di ancora più profondo: il bisogno di orientarci attraverso gli altri.

Già nel 1954 Leon Festinger, con la Social Comparison Theory, descriveva la tendenza a valutare opinioni e capacità anche attraverso il confronto con gli altri. I social non hanno inventato questa disposizione: ne hanno moltiplicato le occasioni. Il confronto può estendersi in ogni momento a una quantità potenzialmente inesauribile di vite — o, più precisamente, a ciò che di quelle vite viene scelto e reso visibile.

Torniamo, allora, perché attendiamo qualcosa, perché temiamo di perderci qualcosa, perché cerchiamo appartenenza, distrazione o conferme. E perché lo sguardo rivolto agli altri può diventare, quasi impercettibilmente, uno dei metri attraverso cui misuriamo noi stessi.

Quando cominciamo a guardarci da fuori

Molto prima che esistesse Instagram, il sociologo Erving Goffman descriveva la vita sociale attraverso una metafora teatrale. In The Presentation of Self in Everyday Life (1959), Goffman distingueva tra lo spazio della rappresentazione, in cui ci presentiamo allo sguardo degli altri, e quello più riservato, in cui la presenza del pubblico viene meno: il front stage e il back stage. Selezionare ciò che mostriamo e immaginare l’impressione che suscitiamo appartengono, dunque, da sempre alla vita sociale.

Ciò che cambia nell’ambiente digitale è la continuità potenziale di quel palcoscenico. Una fotografia può essere pensata per la pubblicazione prima ancora di essere scattata; un luogo osservato anche attraverso la sua resa fotografica; un allenamento, un viaggio o una serata vissuti mentre ne immaginiamo già il racconto. Il pubblico non deve essere presente: può bastare sapere che potrebbe esserlo.

La psicologia offre un’altra lente attraverso il concetto di self-objectification, sviluppato nell’ambito della Objectification Theory di Barbara Fredrickson e Tomi-Ann Roberts (1997). La teoria descrive il processo attraverso cui lo sguardo esterno può essere progressivamente interiorizzato, fino a diventare una prospettiva attraverso cui osservare e valutare se stessi. Nasce per indagare l’oggettivazione del corpo femminile e non può quindi essere semplicemente sovrapposta all’uso dei social; offre, tuttavia, una chiave di lettura utile per interrogare il rapporto tra la percezione di sé e la presenza, reale o immaginata, dello sguardo altrui.

Sui social, inoltre, la rappresentazione che offriamo viene restituita attraverso indicatori visibili: like, visualizzazioni, commenti, reazioni.

Può verificarsi così uno spostamento sottile: non ci chiediamo più soltanto che cosa stiamo vivendo, ma anche come apparirà ciò che stiamo vivendo. La possibilità dell’approvazione entra nell’esperienza prima ancora che questa sia terminata, orientando ciò che fotografiamo, raccontiamo e persino ciò a cui prestiamo attenzione. La questione non è stabilire se ciò che mostriamo sia vero o falso: ogni rappresentazione di sé è inevitabilmente una selezione. La domanda è un’altra:

Quanto cambia il modo in cui viviamo quando una parte di noi si osserva continuamente mentre vive?

Per scoprirlo, almeno nel mio caso, avevo bisogno di sottrarmi temporaneamente allo sguardo del “pubblico”.

Il valore di non mostrare

Avrei potuto lasciare Instagram sul telefono e impormi di utilizzarlo meno, ma il punto non era quante volte lo aprissi: era ciò che avevo cominciato a cercarvi. Avere l’applicazione a portata di mano avrebbe significato continuare a espormi agli stessi automatismi proprio mentre cercavo di costruire un rapporto diverso con essi.

Così l’ho eliminata.

All’inizio mi sono sentita isolata dal resto del mondo. Ma a sorprendermi è stato anche ciò che accadeva fuori dallo schermo. Alcune persone, incontrandomi, mi chiedevano se le avessi bloccate; altre come avessi trovato il “coraggio” di cancellarmi. Quella parola mi è rimasta impressa. Come se sottrarsi temporaneamente a un social fosse diventato un gesto di rottura abbastanza radicale da richiederne.

Mi mancava anche “affacciarmi” sulle vite degli altri: sapere dove fossero, cosa facessero, come riempissero le loro giornate. Poi, lentamente, proprio quel non sapere ha assunto un significato diverso. Mi sottraeva al confronto continuo e, insieme, mi restituiva qualcosa che avevo quasi dimenticato: la possibilità di avere una vita riservata.

Non ho smesso di fotografare. Continuavo a catturare momenti e luoghi, ma quelle immagini potevano rimanere nella mia galleria. Potevo conservare senza mostrare.

E alcuni momenti sembravano acquistare un valore diverso proprio perché non ne affidavo più la misura alla reazione degli altri. Una fotografia poteva piacermi senza ricevere un like. Un’esperienza poteva essere importante senza diventare una storia.

Ho iniziato così a comprendere che l’autostima non si costruisce necessariamente nel confronto. Può crescere anche nello spazio in cui lo sguardo altrui viene meno e siamo costretti a domandarci, senza indicatori esterni, che cosa pensiamo noi di ciò che siamo e di ciò che viviamo.

Anche le relazioni hanno assunto una sfumatura diversa. Le persone a cui teniamo — e quelle che tengono a noi — trovano comunque un modo per raggiungerci. Possiamo allora tornare a scoprire qualcosa della loro vita dalla loro voce, prima che da una storia; da un racconto, prima che da un’immagine.

Allontanarmi dai social non ha significato sottrarmi alla relazione. In alcuni casi ha significato il contrario: restituirle il tempo della scoperta.

Il problema sono davvero i social?

Sarebbe facile individuare nello strumento il problema e nella sua assenza la soluzione. Ma significherebbe fermarsi alla superficie.

I social possono ampliare le possibilità di relazione, offrire spazi di appartenenza e di espressione, facilitare l’accesso all’informazione e favorire legami tra persone che, altrimenti, difficilmente avrebbero avuto occasione di incontrarsi.

La distinzione non passa necessariamente tra una vita con o senza social. Passa, forse, tra utilizzare uno strumento e cominciare a organizzare parti della propria esperienza secondo la sua logica: documentare prima ancora di vivere, misurarsi attraverso l’approvazione ricevuta, confrontare ciò che abbiamo con ciò che gli altri mostrano, aprire un’app automaticamente davanti a ogni attesa o silenzio.

Non considero quindi il periodo lontano da Instagram una dimostrazione del fatto che si viva meglio senza social. È stato, piuttosto, un modo per prendere le distanze dalle modalità con cui avevo imparato a utilizzarlo e recuperare maggiore intenzionalità.

Ma neppure tutto può essere ricondotto alla responsabilità individuale. Le piattaforme possiedono un’architettura capace di orientare l’attenzione e rendere alcuni comportamenti più immediati di altri. Utilizziamo gli strumenti, ma anche il modo in cui gli strumenti sono costruiti contribuisce a plasmare le condizioni nelle quali li utilizziamo.

La domanda, allora, non è se i social siano buoni o cattivi. È capire quanto del nostro modo di utilizzarli sia ancora una scelta e quanto sia diventato un automatismo.

Quando lo schermo si spegne

In queste pagine ho parlato soprattutto di Instagram. Non perché queste dinamiche appartengano soltanto a questa piattaforma, ma perché la sua diffusione — soprattutto tra i più giovani — e la forte componente visiva la rendono particolarmente significativa per osservare i meccanismi di esposizione, confronto e validazione. In forme e intensità differenti, molti di essi possono riguardare anche altri social.

Ma forse, arrivati fin qui, il punto non è più Instagram. È ciò che accade quando lo sguardo degli altri, da presenza esterna, diventa progressivamente un modo attraverso cui impariamo a guardare noi stessi.

Chi siamo quando nessuno guarda?

Che cosa scegliamo quando non dobbiamo raccontarlo?

Quali esperienze vivremmo comunque, sapendo che nessuno le vedrà?

Quanto della percezione che abbiamo di noi continua a dipendere dalla risposta degli altri?

Non credo che la risposta consista necessariamente nello spegnere uno schermo. Possiamo smettere di pubblicare, di scorrere, persino di guardare, e continuare a osservarci come se qualcuno ci stesse guardando.

Adesso che il tempo — Patrizia Cavalli

«Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare…»

“Adesso che il tempo” di Patrizia Cavalli sembra partire proprio da una delle forme più profonde dell’assenza: accorgersi che qualcuno non occupava soltanto uno spazio nella nostra vita, ma dava forma anche al nostro tempo.

È davvero necessario che l’altro se ne vada per comprendere appieno il peso della sua presenza?

La solitudine ci restituisce innanzitutto qualcosa che, almeno all’inizio, forse non avevamo chiesto: la nostra stessa attenzione. Quando siamo dentro una relazione, una parte del nostro sguardo è naturalmente rivolta all’altro e a quello spazio condiviso che nasce dall’incontro: al prendersi cura, al condividere, al dare e al ricevere. Quando quella presenza viene meno, l’attenzione che prima abitava la relazione deve trovare una nuova direzione. Torna allora verso di noi e verso ciò che ci circonda: una nuvola, un gatto, il corpo, la voce, i dettagli minimi del quotidiano. Non necessariamente scopriamo qualcosa che prima non vedevamo: impariamo, piuttosto, a guardare da soli ciò che prima guardavamo anche attraverso un noi.

Eppure quella ritrovata libertà porta con sé una consapevolezza più difficile: le cose restano, ma il loro significato cambia. Perché condividere un’esperienza non significa soltanto viverla insieme, ma lasciare che due sguardi distinti, uniti da un sentimento comune, si posino sulla stessa realtà e contribuiscano a darle un significato che prima non aveva.

È qui che l’assenza smette di riguardare soltanto chi non c’è più e comincia a interrogare chi rimane.

Che forma assume l’identità che, per un tratto della nostra vita, abbiamo costruito anche nell’incontro con un’altra persona? Ci appartiene ancora quando quel legame finisce? Oppure la separazione ce la restituisce diversa, trasformata da ciò che abbiamo vissuto?

Forse perdere qualcuno non significa semplicemente tornare a essere ciò che eravamo prima di incontrarlo. Non si torna indietro. L’altro ha attraversato la nostra storia e, nel farlo, ha modificato anche qualcosa di noi. La separazione ci costringe allora a distinguere ciò che apparteneva alla relazione da ciò che, attraverso quella relazione, è diventato parte della nostra identità.

Tra la libertà e la prigione, tra l’appartenenza e la perdita di sé, esiste un territorio molto più vasto degli opposti con cui proviamo a definirlo.

Forse separarsi significa anche imparare ad abitarlo: lasciare andare ciò che non ci appartiene più e riconoscere, invece, ciò che dell’incontro continua a vivere in noi.