Rivelazione — Giorgio Caproni

«Ho scorto
uno per uno negli occhi
i miei assassini.»

Ci sono consapevolezze che arrivano come una liberazione. E altre che, prima di liberarci, fanno male.

Nei versi di Caproni il gesto decisivo è forse proprio quel voltarsi indietro. C’è qualcuno da affrontare, un colpevole da riconoscere, un volto a cui attribuire ciò che è accaduto. Eppure, quando lo sguardo finalmente incontra quello dei propri «assassini», la scoperta è spiazzante: hanno tutti il suo volto.

È una presa di coscienza dolorosa, perché costringe a riportare verso di sé uno sguardo che sarebbe molto più semplice rivolgere altrove.

Di fronte a ciò che ci ferisce, infatti, cerchiamo spesso le cause fuori da noi. E molte volte è proprio lì che si trovano: esistono responsabilità che appartengono agli altri, circostanze che non abbiamo scelto, ferite che abbiamo ricevuto senza averle provocate. Guardarsi dentro non significa negare tutto questo, né assumersi colpe che non ci appartengono.

Significa riconoscere che ogni incontro passa anche attraverso il filtro di ciò che siamo.

Le nostre paure, i bisogni, le fragilità, le ferite che portiamo con noi entrano nelle relazioni, nelle parole che pronunciamo e in quelle che tratteniamo, nel modo in cui interpretiamo un gesto, ci avviciniamo a qualcuno o ce ne allontaniamo. Consapevolmente oppure no, una parte della nostra storia entra continuamente nelle storie che co-creiamo con gli altri.

Ed è forse qui che quei versi diventano più difficili da sostenere. Perché riconoscere il proprio volto in ciò contro cui abbiamo combattuto può far emergere un pensiero difficile da sostenere: allora il problema sono io.

Ma una simile conclusione apuò trasformare la consapevolezza in condanna.

Conoscersi non significa emettere una sentenza su se stessi. Significa riuscire a vedere anche ciò che di noi preferiremmo non incontrare: i limiti e le contraddizioni, le paure e le difese, le parti capaci di costruire e quelle che, qualche volta, finiscono per distruggere ciò che desideriamo proteggere.

Possiamo vivere questa scoperta come un inferno dal quale non esiste uscita, identificandoci con le nostre ombre: sono fatto così, sono io il problema, rovinerò sempre ciò che incontro. Oppure possiamo considerarla il punto da cui cominciare.

Perché ciò che riusciamo a riconoscere può diventare anche ciò su cui possiamo lavorare.

Accettare le proprie contraddizioni non significa giustificarle. Significa smettere di dividere rigidamente noi stessi tra una parte da salvare e una da condannare. Significa comprendere che entrambe appartengono alla nostra identità e che proprio dalla possibilità di conoscerle può nascere uno spazio di trasformazione: imparare modi diversi di stare nelle relazioni, riconoscere i propri bisogni prima che diventino richieste rivolte all’altro, ascoltare le proprie ferite senza lasciare che siano loro a scegliere al posto nostro.

La consapevolezza, allora, conserva entrambe le possibilità: può essere una condanna, se ciò che scopriamo diventa la definizione immutabile di chi siamo; può essere una liberazione, se diventa il punto di partenza per ciò che possiamo ancora diventare.

Forse è questo che rende così potente quel volto incontrato alla fine dei versi. Non perché tutto ciò che ci accade dipenda da noi. Non perché gli altri non abbiano responsabilità. Ma perché, dopo aver guardato ciò che è fuori, arriva un momento in cui è necessario avere il coraggio di riportare lo sguardo anche su chi guarda.

Conoscersi non serve a trovare un nuovo colpevole. Serve a conquistare una possibilità di scelta.

La teoria di lasciare andare. The Let Them Theory

Autrici: Mel Robbins, con Sawyer Robbins
Editore: Newton Compton Editori
Anno: 2025
Genere: Crescita personale

Per chi è questo libro

Per chi sta attraversando un momento di stasi o di riflessione personale.

Per chi sente il bisogno di ritrovare il proprio equilibrio.

Per chi investe molte energie nel tentativo di controllare situazioni, reazioni e comportamenti che non dipendono da sé.

Se questo libro fosse una parola

Non puoi cambiare il cielo. Ma puoi decidere che impatto ha su di te.

– Mel Robbins

Esistono momenti in cui la nostra energia sembra disperdersi in tutto ciò che accade intorno a noi: nelle decisioni degli altri, nelle loro opinioni, nelle risposte che vorremmo ricevere e nelle situazioni che vorremmo cambiare.

Ho scelto di leggere La teoria di lasciare andare perché ero alla ricerca di strumenti che mi aiutassero a comprendere e gestire le emozioni con maggiore consapevolezza. In particolare, desideravo un libro capace di offrire indicazioni concrete per distinguere ciò che dipende da noi da ciò che sfugge al nostro controllo.

La proposta di Mel Robbins parte da un principio apparentemente semplice: lasciare che gli altri siano ciò che sono, pensino ciò che pensano e compiano le proprie scelte, senza consumare le nostre energie nel tentativo di controllarli, convincerli o cambiarli.

Lasciare andare, però, non significa accettare passivamente tutto ciò che accade o rinunciare a esprimere i propri bisogni. Significa riconoscere il confine tra ciò che appartiene agli altri e ciò che appartiene a noi.

È proprio in questo passaggio che il libro rivela la sua parte più significativa. Dopo aver smesso di concentrare l’attenzione su ciò che non possiamo governare, siamo invitati a rivolgerci verso ciò che possiamo scegliere: i nostri pensieri, le nostre azioni, i confini che decidiamo di stabilire.

Non è la possibilità di controllare la realtà a renderci liberi, ma la capacità di scegliere come rispondere a ciò che la realtà ci consegna.

L’idea che mi è rimasta maggiormente impressa riguarda proprio questa possibilità di indirizzare i pensieri e, di conseguenza, le azioni verso ciò che è funzionale e utile per noi. Siamo naturalmente portati a cercare il piacere e a evitare il dolore, ma spesso tentiamo di farlo controllando il mondo esterno: aspettando che qualcuno cambi, che riconosca il nostro valore o che si comporti secondo le nostre aspettative.

Quando la realtà non corrisponde a ciò che desideriamo, rischiamo così di reagire automaticamente, lasciando che ciò che accade determini il nostro stato emotivo e le nostre decisioni.

Il libro invita a compiere un movimento diverso: non limitarsi a reagire agli eventi, ma scegliere consapevolmente la propria risposta. Concentrando le energie su ciò che possiamo fare, anziché su ciò che vorremmo ottenere dagli altri, possiamo avvicinarci a una forma di benessere più stabile e personale.

Uno degli aspetti più riusciti del volume è la sua accessibilità. Il linguaggio è chiaro, diretto e comprensibile, mentre i concetti teorici sono accompagnati da situazioni quotidiane e suggerimenti pratici. Questo equilibrio permette di riconoscersi facilmente negli esempi proposti e, soprattutto, di tradurre la lettura in domande rivolte alla propria esperienza.

La teoria presentata non elimina la complessità delle relazioni né promette che il cambiamento sia immediato. Ci ricorda, piuttosto, che una parte importante della nostra libertà nasce quando smettiamo di affidare agli altri il potere di determinare interamente il nostro equilibrio.

Lasciare andare diventa allora un atto di responsabilità verso noi stessi.

Significa smettere di attendere che il mondo si conformi alle nostre aspettative e domandarci che cosa possiamo fare con la realtà che abbiamo davanti. Significa proteggere il nostro tempo, scegliere dove indirizzare le energie e non lasciare che il giudizio altrui determini le scelte che orientano la nostra vita.

Consiglierei questo libro a chi sta attraversando un momento di stasi, a chi sente il bisogno di fermarsi e riflettere o a chi desidera ritrovare il proprio centro. Non perché contenga una formula capace di risolvere ogni difficoltà, ma perché offre una prospettiva semplice attraverso cui osservare diversamente le situazioni che spesso ci fanno sentire impotenti.

Non possiamo scegliere tutto ciò che ci accade.

Possiamo però imparare a scegliere ciò che ne facciamo.

Un seme da coltivare